Caso R831, la Commissione Europea al bivio. Correggere l’impostazione per proteggere l’intero sistema UE

La mancata maggioranza qualificata sul dazio antidumping del 79% sulle ceramiche cinesi
offre l’opportunità di riconsiderare una misura che avrebbe ripercussioni su imprese, occupazione e
consumatori europei. Proposte alternative più proporzionate sono già state presentate alla
Commissione.

Di Enrico Pellegrini:

Nel novembre 2025 il settore europeo della ceramica da tavola è stato scosso da una proposta
inattesa (sottesa) della Commissione Europea, ossia portare a 79% il dazio antidumping sulle stoviglie
e articoli da cucina in ceramica e porcellana di origine cinese, aggiuntivo al dazio doganale normale
del 12%, per un’imposizione complessiva vicina al 91%.
Questa iniziativa, identificata come Procedura R83, è giunta (!) appena poche settimane dopo che la
stessa Commissione aveva rinnovato per altri cinque anni i dazi antidumping esistenti (pari
mediamente al 17,9% per i produttori cinesi cooperativi) con il Regolamento UE 2025/1981 dell’8
ottobre 2025. Fino ad allora, sull’import di stoviglieria cinese si applicava infatti un dazio
antidumping compreso tra 13,1% e 18,3% (17,9% per la maggior parte delle aziende cooperative)
oltre al 12% di dazio MFN, per un totale effettivo di circa 29,9%. L’ipotesi di quadruplicare tale carico
ha il sapore di un provvedimento eccezionalmente oneroso, che alcuni operatori equiparano a un
quasi-divieto di importazione.
Questa revisione intermedia parziale (partial interim review) è stata ufficialmente avviata (gli
operatori del settore lamentano scarsa informativa in merito) dalla Commissione il 19 dicembre
2024, su istanza della federazione europea dei produttori di stoviglie in ceramica (Cerame-
Unie/EFEP), al fine di riconsiderare il solo aspetto del dumping e adeguare i dazi di conseguenza. La
procedura ha seguito il suo iter tecnico per gran parte del 2025 in modo relativamente silente, fino a
culminare in una riunione cruciale del Comitato sugli Strumenti di Difesa Commerciale (TDI
Committee) il 14 gennaio 2026.
In tale sede i rappresentanti degli Stati membri non hanno raggiunto la maggioranza qualificata né a
favore né contro la proposta di dazio definitivo al 79%. Si sono espressi 13 Paesi a favore, 9 contrari e
5 astenuti, con questi ultimi decisivi, poiché in comitato l’astensione normalmente equivale a un
voto contrario, si sarebbe dovuta raggiungere una maggioranza di 15 voti contrari per respingere
formalmente la misura. La Commissione, tuttavia, ha interpretato (!?) le astensioni come non
votanti, dichiarando di fatto che nessuna maggioranza qualificata contraria era stata conseguita. Di
conseguenza, in base alle regole di comitatologia, Bruxelles si è riservata la facoltà di adottare
ugualmente il dazio proposto in autonomia oppure di rivederne alcuni aspetti e sottoporlo a nuova
votazione. Questo passaggio procedurale – percepito dagli oppositori come un atto arrogante e
autoreferenziale da parte dell’Esecutivo UE – ha innescato l’immediata mobilitazione di una
coalizione trasversale di aziende del settore, decise a far valere le proprie ragioni direttamente ai più
alti livelli della Commissione.
Fin dalle prime settimane successive alla comunicazione della proposta R831, numerosi operatori
europei – produttori, importatori, distributori e trasformatori – si sono attivati per esprimere il
proprio dissenso in forma strutturata e documentata. Alla costruzione del Coordinamento di Settore
hanno contribuito, tra gli altri, l’amministratore di PVS, Antonio Tognana, rappresentante storico
della porcellana veneziana, titolare dei marchi Geminiano Cozzi Venezia 1765 e Manifattura di
Venezia e l’amministratore di General Trade S.p.A. (Happy Casa Store), Giovanni Cassano, entrambe
le figure hanno partecipato alle interlocuzioni con le autorità europee, sostenendo attivamente la
raccolta di posizioni e materiali economico-giuridici condivisi.

Antonio Tognana, in particolare, ha illustrato con chiarezza le implicazioni occupazionali e sistemiche
del dazio proposto, e ha contribuito alla redazione di osservazioni trasmesse in sede comunitaria.
Parallelamente, Giovanni Cassano ha messo a disposizione del coordinamento la sua rete relazionale
e operativa costruita attorno a General Trade, rendendo possibile un’azione coesa dell’intero
comparto. Il risultato è stato un fronte compatto (in corso di espansione) che ha unito imprese
diverse per nazionalità, dimensioni e funzione nella filiera, ma accomunate da una visione concreta
del rischio concreto posto dalla misura in discussione.
Le osservazioni presentate da General Trade S.p.A. in data 8 dicembre 2025 hanno costituito atto di
opposizione articolata alla misura proposta. Sintesi pubblicato su La Toga il 9 dicembre 2024
(https://www.latoga.it/2024/12/09/dazi-e-paradossi-leuropa-critica-trump-ma-rischia-di-imitarlo/),
dove si evidenziano le implicazioni sistemiche dell’impostazione protezionistica.
La strategia giuridica dell’opposizione è stata condotta con il contributo dello Studio Legale (italiano)
Pellegrini, guidato dall’Avv. Enrico Pellegrini e dello studio legale internazionale Van Bael & Bellis di
Bruxelles, uno dei principali riferimenti europei in materia di diritto del commercio internazionale e
antidumping. Il team belga è stato coordinato dall’Avv. Fabrizio Di Gianni, partner dello studio e
professionista di riconosciuta esperienza in procedimenti dinanzi alla Commissione e al Tribunale
dell’Unione.
Il lavoro di coordinamento delle varie opposizioni ha permesso di articolare in modo coerente e
dettagliato la posizione della coalizione, con argomentazioni fondate su dati oggettivi, giurisprudenza
UE, precedenti OMC e valutazioni d’impatto.
Tra gli atti più rilevanti, la lettera indirizzata al Vicepresidente della Commissione Europea Maroš
Šefčovič e al Gabinetto della Presidente Ursula von der Leyen, datata 22 gennaio 2026, firmata da
una pluralità di imprese rappresentative del settore, e contenente la ferma richiesta di non
procedere all’adozione della misura nella forma proposta, bensì di riconsiderarla nell’interesse
complessivo dell’Unione.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’opposizione alla misura R831 è la straordinaria eterogeneità e
solidità del Coordinamento di Settore costituitosi tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Vi
partecipano aziende della distribuzione organizzata, della produzione, della trasformazione,
dell’import-export, del food service, del retail, della promozione commerciale, oltre ad attori
istituzionali e storici dell’industria ceramica europea.
Tra i nomi più noti figurano:
– Metro, gruppo multinazionale del cash & carry;
– General Trade S.p.A. / Happy Casa Store (Italia);
– OVS, attivo anche nel comparto casa con i marchi Croff e Upim;
– Interspar e NKD (Germania/Austria);
– Atlantic Grupa (Croazia);
– Pengo S.p.A. (Italia);
– Promotica e Iniziative Group (loyalty marketing);
– Ritzenhoff & Breker (Germania, attiva dal 1810);
– Geminiano Cozzi Venezia 1765 e Manifattura di Venezia, tra le manifatture più antiche
d’Europa nel comparto porcellana;
– Mäser (Austria), ASA Selection (Germania), Club House, Cafés Richard, Teekanne;

– e altri grandi nomi del tessuto industriale europeo come Barilla, la quale – seppur non
attiva nel settore casalinghi – ha partecipato per tutelare le proprie linee promozionali e di co-
marketing fortemente dipendenti dalla disponibilità di articoli in ceramica a prezzi sostenibili.

A questa rete si aggiungono operatori artigiani, imprese specializzate nella decorazione e
trasformazione di semilavorati (es. De.AL, Falcone) e distributori locali con filiere consolidate in più
Stati membri. L’insieme rappresenta un corpo produttivo e commerciale interconnesso, diffuso e ben
radicato in almeno dieci Paesi dell’Unione, capace di esprimere una visione chiara sugli effetti che
l’aumento dei dazi comporterebbe sull’economia reale.
Le argomentazioni della coalizione trovano conferma in dati ufficiali forniti dalla Commissione stessa.
Il mercato europeo del consumo di stoviglie in ceramica e porcellana è coperto, per oltre il 72%, da
importazioni extra-UE, di cui più del 58% provenienti dalla Cina. Solo il 27,7% del fabbisogno viene
attualmente coperto dalla produzione europea.
Nel dettaglio (anno 2023, fonte Reg. UE 2025/1981):
 Consumo totale UE: 491.264 tonnellate
 Importazioni dalla Cina: 285.513 t (58,1%)
 Importazioni da altri Paesi extra-UE: 69.801 t (14,2%)
 Produzione europea venduta nell’UE: 135.950 t (27,7%)
Questi dati dimostrano che l’industria europea, pur importante in specifiche nicchie qualitative, non
dispone della capacità né della varietà necessaria a sostituire le forniture cinesi. Alcune tipologie
merceologiche, come la bone china o le stoviglie speciali decorate a mano, non sono neppure più
prodotte in Europa in volumi significativi.
L’introduzione di un dazio del 79% (per un totale del 91% con il dazio doganale normale) avrebbe
l’effetto di rendere non più economicamente sostenibile l’importazione di moltissimi articoli oggi alla
base dell’assortimento commerciale nei settori della casa, della ristorazione, dell’ospitalità, della
distribuzione alimentare e non alimentare. Ciò determinerebbe:
 rincari per i consumatori finali (in particolare famiglie e fasce a basso reddito);
 difficoltà per gli operatori retail e GDO, che operano con margini ridotti e che non
potrebbero più sostenere economicamente linee oggi a largo consumo;
 possibili chiusure o contrazioni di attività nei settori della logistica, decorazione, packaging e
distribuzione;
 impatti negativi sulle campagne promozionali, sulle attività di loyalty marketing e sulle
forniture al canale Ho.Re.Ca.;
 effetti inflattivi sui prezzi al consumo e conseguente contrazione della domanda su altri
comparti non soggetti al dazio, ma colpiti dal clima generale di riduzione del potere
d’acquisto.

A ciò si aggiunge la concreta possibilità di ritorsioni commerciali da parte della Cina su altri prodotti
europei (precedenti già verificatisi in settori agroalimentari come i formaggi e i vini), con effetti
distorsivi ben oltre il comparto oggetto del procedimento.
La mancata maggioranza del 14 gennaio rappresenta non un incidente di percorso, ma un segnale
politico chiaro. La Commissione ha oggi l’opportunità, e la responsabilità, di rivedere la propria
proposta alla luce dei principi di proporzionalità, equilibrio e tutela dell’interesse dell’Unione nel suo
complesso.
Le imprese coinvolte non contestano il principio di tutela dalla concorrenza sleale. Al contrario:
riconoscono il valore degli strumenti di difesa commerciale previsti dal diritto UE e OMC. Ma proprio

per questo chiedono che essi siano impiegati in modo tecnicamente corretto, proporzionato e
lungimirante, tenendo conto dell’equilibrio tra industria, distribuzione, occupazione e accessibilità
dei beni essenziali.
Le proposte alternative esistono. Alcune già presentate alla Commissione, impegni di prezzo minimo,
dazi modulati per categoria o per cooperazione, esclusioni mirate per prodotti non sostituibili. Non si
chiede di ignorare il problema, ma di governarlo con intelligenza regolatoria.
La posta in gioco è molto più ampia di un segmento merceologico; riguarda la credibilità dell’Europa
nel suo approccio al commercio internazionale, la tenuta del suo tessuto economico e sociale, e la
capacità delle sue istituzioni di essere giuste, eque e inclusive anche nelle scelte più complesse.
To be continued …

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